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Memi, moni e scontrini


Il Sole 24 ore, 10 febbraio 2008

 

Nel 1976 Richard Dawkins aveva inventato i memi, unità minimali della trasmissione culturale, gli equivalenti dei geni in biologia. L’idea fu accolta con un certo scetticismo, ed è facile immaginare che questa sarà anche l’accoglienza dedicata ai moni, unità minimali del funzionamento economico, inventati da László Mérő, un matematico ungherese con interessi di psicologia ed economia. Il perché della resistenza è facilmente immaginabile. Se già i memi avevano un’aria vagamente fantascientifica, i moni, oltre a possedere un nome buffo soprattutto a Trieste, pongono problemi ancora superiori.

Il termine “mone”, Mérő lo ricava da “money” in inglese e da “mon” (mio) in francese. Si tratta di unità capaci di produrre ricchezza attraverso la replicazione (proprio come i memi producono idee e i geni vita). Il come non è facilissimo da capire. Nella descrizione di Mérő, i moni sono alcuni (anche se apparentemente non tutti) i componenti fisici di una impresa economica, alcune delle sue relazioni, nonché delle leggi che ne regolano il funzionamento. Questi elementi si ripetono da una impresa all’altra, si trasformano evolvendo rispetto all’originale, e producono sviluppo.

A parte l’oscurità del ruolo del mone, tutto il meccanismo ha una ricaduta duramente biologistica, perché l’economia seguirebbe la linea dell’adattamento evolutivo, e consisterebbe, in ogni suo settore, in una lotta senza quartiere. In effetti, a leggere certi passi del libro di Mérő sembra di avere tra le mani La volontà di potenza di Nietzsche che d’altra parte (attraverso Leibniz mediato da Boscovich) aveva anche lui i suoi moni, o più esattamente le sue monadi, i punti di forza in perenne conflitto di cui sarebbe composto l’universo.

Quello che tuttavia non riesco a capire è il motivo che spinge a spiegare il funzionamento della realtà sociale con creature fantastiche, quando abbiamo sotto gli occhi entità del tutto quotidiane, le carte e cartacce che ci ingombrano i tavoli. In effetti, non c’è società senza iscrizioni, che sono fonti ovvie di potere: da quelle che abbiamo in tasca, e che si chiamano “documenti” o “denaro”, e che conferiscono diritti e potere a chi li detiene legittimamente; agli archivi, alle registrazioni e iscrizioni legali che definiscono l’identità di uno stato o di una impresa; alle informazioni tutelate dalla privacy in base all’assunto che il loro possesso genera potere. Ecco i moni o i memi tutt’altro che oscuri su cui si fonda la realtà sociale, alle volte si chiamano “moduli”, e quanto siano importanti lo sa benissimo il burocrate, che può manifestare, nell’esercizio del suo potere, l’autorevolezza sacrale di un re taumaturgo.

 

László Mérő, L’evoluzione del denaro. Darwin e l’origine dell’economia, traduzione italiana di Andrea Rényi, Bari, Dedalo, 2007, pp. 302, euro 18,00.

 

19:07 - Sun 10 February 2008 - Invia un commento

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