Blog di Maurizio Ferraris
Giornali di Maurizio Ferraris

Da scienziati e Pontefice prove di debolezza


Il Secolo XIX, 16 gennaio 2008

 

Quando ieri dicevo, insieme a tanti altri, che hanno fatto malissimo i 67 professori romani a protestare contro la visita del Papa alla Sapienza, non avrei mai immaginato che il Papa avrebbe fatto ancor peggio, ossia avrebbe annullato la visita. Temeva forse che ci sarebbero stati disordini? Ma questo non gli ha impedito, nel 2006, di andare in Turchia, in un clima di tensione e di scontri provocati in buona parte dalle sue affermazioni di Ratisbona. Si era offeso? Ma un uomo politico e un leader politico deve sapere andare al di là della stizza personale, e soprattutto deve muovere dalla precisa consapevolezza del fatto che non c’è azione politica, in un mondo civile, che non sia esposta alla critica, al punto che sapere incassare le critiche diviene la caratteristica specifica della democrazia.

Si dirà che un Papa, cioè uno degli ultimi casi di sovranità assoluta esistenti nel mondo, può avere dei motivi non puramente caratteriali per non accettare questi aspetti del mondo libero, ma anche su questo punto c’è ragione di dubitare. Di nuovo, viene spontaneo il confronto con il grande precursore di Ratzinger, che il 20 aprile 1991 andò alla Sapienza, indubbiamente avvantaggiato dal fatto di non aver detto che dopotutto Bellarmino non aveva meno ragione di Galileo, e nondimeno fu fischiato. Se la prese? Niente affatto. Sfruttando la simpatia umana e il carisma che gli erano propri, ringraziò “per la buona accoglienza accompagnata da diverse voci molto sonore”. Nel 2003, cioè nemmeno cinque anni fa, la Sapienza gli conferì la laurea honoris causa, e nessuno ebbe niente da ridire.

Torniamo all’oggi. Che giudizio dare, complessivamente, sulla vicenda? Mi sembra che tanto i 67 quanto Ratzinger abbiano dato prova di debolezza. Un laico convinto delle proprie ragioni, e persuaso di quanto siano sbagliati e generici i giudizi di, come il Papa nel 1990, ha fatto di Galileo un precursore della bomba atomica avrebbe accettato la visita di Ratzinger per mostrare che il dialogo sa passar sopra al pregiudizio. Un papa convinto delle proprie ragioni non avrebbe ceduto a una irritazione troppo umana. In conclusione, direi che i problemi sono due, uno relativamente piccolo e personale, l’altro immenso e pubblico.

Il problema personale è quello del Pontefice, che sempre più richiama l’immagine di un uomo schiacciato dall’ombra del suo predecessore, un po’ come Truman con Roosevelt, o Johnson con Kennedy. Come spesso accade, proprio questa insicurezza, questa larga ombra, spinge ad azioni poco meditate, e caratterizzate da una soglia di aggressività più elevata. È così che la lotta con il mondo moderno che Wojtyla aveva ingaggiato a colpi di adunate oceaniche, di papa-boys e di viaggi intercontinentali si trasforma, nel suo erede, in scaramucce tra le due parti del Tevere, e in un’interferenza nelle questioni italiane tanto più forte quanto maggiore è la perdita di peso politico del cattolicesimo romano su scala mondiale. Questa, ovviamente, non è responsabilità di Ratzinger, che è diventato Papa dopo l’insediamento di Zapatero che aveva ormai decretato che persino la cattolicissima Spagna aveva preso la via di autonomia da Roma che la cristianissima Francia aveva seguito oltre un secolo prima. Ma sarebbe da ciechi nascondersi che la gestione della crisi è stata a dir poco impolitica, appunto sulla base di una forte aggressività nei confronti del mondo laico, di una forte ingerenza, quasi che la Chiesa, o almeno la sua dirigenza, avesse perso la speranza e giocasse spregiudicatamente il tutto per tutto.

Questo, però, è, come dicevo, un problema minore (altro sarebbe quello della salute della fede nel mondo attuale, ma è un capitolo talmente ampio che non si può aprire qui). Il problema maggiore, dal punto di vista politico, è quello di uno Stato, quello italiano, che continua a essere ostaggio della Chiesa su molti punti, dall’esenzione dall’Ici all’ammissione di interferenze d’ogni sorta (ricordo che qualche anno fa ci sono ecclesiastici che hanno trovato da ridire persino sul come era fatto l’esame di maturità!). Si tratta di uno Stato che è nato gracile proprio per la questione romana e per il non expedit molto più che per la questione meridionale, e che ha avuto, nel secolo scorso, molte ferite, da cui stenta a riprendersi. Da Caporetto al fascismo, dall’8 settembre a Tangentopoli. In ognuno di questi momenti di debolezza, la Chiesa si è fatta avanti come struttura supplente, cosa che ovviamente non si sogna di fare con Stati forti, si consideri il modo in cui in questi giorni è stato accolto Sarkozy e quello in cui è stato accolto Veltroni, che non è solo il sindaco di Roma, ma il candidato premier. Ed è ovvio che uno Stato debole è esposto a ogni sorta di pressione, da parte degli amici del Papa così come da parte dei suoi avversari, e si creano i pasticci a cui assistiamo.

Pasticci che si amplificano quando anche la controparte si sente in uno stato di debolezza e di inferiorità. L’immagine che emerge, allora, non è quello di un dialogo tra potenze ed esperienze, come dovrebbe essere, per il bene dei cittadini, compresi i credenti, ma, nella migliore delle ipotesi, un abbraccio tra pugili, un atto difensivo e nevrotico, il contrario del dialogo, come quest’ultimo caso romano dimostra ad usura.

 

13:25 - Wed 16 January 2008 - Invia un commento

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