Blog di Maurizio Ferraris
Giornali di Maurizio Ferraris
Memi, moni e scontrini

Il Sole 24 ore, 10 febbraio 2008

 

Nel 1976 Richard Dawkins aveva inventato i memi, unità minimali della trasmissione culturale, gli equivalenti dei geni in biologia. L’idea fu accolta con un certo scetticismo, ed è facile immaginare che questa sarà anche l’accoglienza dedicata ai moni, unità minimali del funzionamento economico, inventati da László Mérő, un matematico ungherese con interessi di psicologia ed economia. Il perché della resistenza è facilmente immaginabile. Se già i memi avevano un’aria vagamente fantascientifica, i moni, oltre a possedere un nome buffo soprattutto a Trieste, pongono problemi ancora superiori.

Il termine “mone”, Mérő lo ricava da “money” in inglese e da “mon” (mio) in francese. Si tratta di unità capaci di produrre ricchezza attraverso la replicazione (proprio come i memi producono idee e i geni vita). Il come non è facilissimo da capire. Nella descrizione di Mérő, i moni sono alcuni (anche se apparentemente non tutti) i componenti fisici di una impresa economica, alcune delle sue relazioni, nonché delle leggi che ne regolano il funzionamento. Questi elementi si ripetono da una impresa all’altra, si trasformano evolvendo rispetto all’originale, e producono sviluppo.

A parte l’oscurità del ruolo del mone, tutto il meccanismo ha una ricaduta duramente biologistica, perché l’economia seguirebbe la linea dell’adattamento evolutivo, e consisterebbe, in ogni suo settore, in una lotta senza quartiere. In effetti, a leggere certi passi del libro di Mérő sembra di avere tra le mani La volontà di potenza di Nietzsche che d’altra parte (attraverso Leibniz mediato da Boscovich) aveva anche lui i suoi moni, o più esattamente le sue monadi, i punti di forza in perenne conflitto di cui sarebbe composto l’universo.

Quello che tuttavia non riesco a capire è il motivo che spinge a spiegare il funzionamento della realtà sociale con creature fantastiche, quando abbiamo sotto gli occhi entità del tutto quotidiane, le carte e cartacce che ci ingombrano i tavoli. In effetti, non c’è società senza iscrizioni, che sono fonti ovvie di potere: da quelle che abbiamo in tasca, e che si chiamano “documenti” o “denaro”, e che conferiscono diritti e potere a chi li detiene legittimamente; agli archivi, alle registrazioni e iscrizioni legali che definiscono l’identità di uno stato o di una impresa; alle informazioni tutelate dalla privacy in base all’assunto che il loro possesso genera potere. Ecco i moni o i memi tutt’altro che oscuri su cui si fonda la realtà sociale, alle volte si chiamano “moduli”, e quanto siano importanti lo sa benissimo il burocrate, che può manifestare, nell’esercizio del suo potere, l’autorevolezza sacrale di un re taumaturgo.

 

László Mérő, L’evoluzione del denaro. Darwin e l’origine dell’economia, traduzione italiana di Andrea Rényi, Bari, Dedalo, 2007, pp. 302, euro 18,00.

 

19:07 - Sun 10 February 2008 - commenti {0} - Invia un commento


Il kit della metafisica

Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2008

 

Sebbene ci siano molti inglesi (da Moore a Ryle, da Russell a Strawson), un australiano (Armstrong), e un emigrato tedesco (Carnap), si potrebbe intitolare questa bellissima antologia “Metafisica Transatlantica”, non solo perché alla Columbia University di New York insegna il suo curatore (peraltro italianissimo) Achille Varzi, ma anche per l’effetto di novità, potenza, precisione, lusso, che hanno la maggior parte delle cose che arrivano dall’altra parte dell’Atlantico.

Organizzato in sei parti (esistenza, identità, persistenza, modalità, proprietà, causalità), introdotte da Varzi con chiarezza esemplare, il volume raccoglie i due filoni, all’ingrosso, in cui è divisa la metafisica angloamericana, la metafisica descrittiva (prevalentemente inglese, interessata alla descrizione mondo come si presenta al senso comune) e quella prescrittiva (prevalentemente americana, maggiormente interessata a una ridescrizione del mondo come auspicabilmente può essere grazie all’intervento della scienza).  Nei suoi libri teorici, Varzi predilige la seconda, ma qui osserva una rigorosa par condicio, dunque abbiamo a che fare con uno strumento utilissimo in un panorama filosofico che ha visto il ritorno in grande stile della metafisica.

Ecco il punto che vorrei sottolineare cercando di ricostruire il contesto in cui trova senso una iniziativa editoriale come questa. Una disciplina che nel continente era data come spacciata, ora torna a farsi sentire, al punto che un libro di Habermas, Il pensiero post-metafisico, che è del 1988, e che allora aveva un titolo perfettamente in der Mode, tradotto nel 2006 appare come invecchiato almeno nel titolo. Proviamo allora a mettere ordine in questa storia di rinascite, ritorni, rivoluzioni.

Incominciamo dai continentali, dove le posizioni che hanno determinato il declino della metafisica sono state tre. Prima di tutto, dopo Kant, la metafisica è stata criticata come fonte di saperi astrusi e non più in linea con i tempi, e in questo si è manifestato il sottile scientismo che attraversa l’idealismo postkantiano, che non scrive Ontologie o Metafisiche, ma Dottrine della scienza. Nel momento in cui assumiamo che la scienza è il paradigma fondamentale sia della conoscenza, sia dell’esperienza, la metafisica va in soffitta, e cede il passo all’epistemologia. Chiamiamo questa posizione “Postmetafisica”. Tuttavia, proprio questa condizione residuale può aver costituito una tentazione per chi volesse fare una filosofia anti-idealista, o antiscientifica, o più semplicemente religiosa, e di qui si è avuto lo sviluppo di una metafisica su basi dapprima antikantiane, poi spiritualiste ed esistenzialiste. Chiamiamo questa posizione “Neometafisica”. Infine, e anche questo è tipico della tradizione continentale, il rinnovamento in filosofia, che passasse da Bergson a Nietzsche a Heidegger, ha significato sistematicamente una critica della trascendenza tradizionale, e dunque con l’attacco dei neometafisici e dei postmetafisici (accusati di scarsa radicalità). Chiamiamo questa posizione “Antimetafisica”.

Nel mondo inglese e americano, invece, le cose sono andate molto diversamente. Rispetto ai Postmetafisici, fossero pure giganti come Hegel, c’è stata una adesione non incondizionata, e velata dalla ironia di Carlyle in Sartor Resartus (1831), che parodiava un idealista tedesco dei tempi, il Professor Teufelsdrockh, che sembrava poco meno acchiappanuvole del metafisico Pangloss (cioè Christian Wolff) parodiato da Voltaire in Candide (1759). Rispetto ai Neometafisici, è poi mancata una forte tradizione di riferimento come la Chiesa Cattolica che motivasse le ricerche in quel senso. E i novatori sono stati tutti Pragmatisti (in positivo) e non Antimetafisici (in negativo). Questo ha fatto sì che la metafisica potesse continuare a crescere e a venire insegnata senza apparire un arcaismo.

Indipendentemente dalle interpretazioni, resta il fatto che la metafisica oggi rialza le proprie quotazioni dove era ancora sul mercato (analitici), e ritorna sul mercato là dove ne era praticamente uscita (continentali), tolto il caso di grandi figure come Pierre Aubenque o Enrico Berti. Da cosa dipende? Faccio una ipotesi. Per gli analitici, è il desiderio di confrontarsi con grandi temi, quelli tradizionali della metafisica, non limitandosi alle analisi di dettaglio. Caratteristicamente, il libro che più apertamente ha dato il là in questa direzione, Spiegazioni filosofiche di Robert Nozick (1981) si apriva con una sezione di Metafisica. Nella tradizione continentale, che di Grandi Temi non era mai stata a corto, il ritorno della metafisica (o della ontologia: diversamente da Varzi sono portato a trattarle come equivalenti, o almeno che cercare di separarle è un gioco che non vale la candela) ha coinciso invece con un richiamo al realismo dopo la stagione ermeneutica. C’è qualcosa, l’essere non si risolve semplicemente nel linguaggio, ci sono fatti che non si riducono a interpretazioni. Qui la svolta è più recente, e si può far risalire a Kant e l’ornitorinco (1997) di Eco.

Proprio in questo quadro, torna utilissimo lo strumentario di scoperte o di riscoperte e riattualizzazioni che ci viene dalla metafisica transatlantica, che può ovviamente essere arricchito sia dalle risorse della tradizione, sia dalla costruzione di nuove teorie, giacché è passata da un pezzo anche da noi l’epoca in cui la pratica filosofica si riduceva a una attività di import-export. Non solo il linguaggio, come voleva Wittgenstein, ma probabilmente anche la filosofia è una scatola di attrezzi, e questa elegante e funzionale valigetta con le sue chiavi inglesi e cacciaviti americani sarà di sicuro aiuto ai filosofi di buona volontà anche da questa parte dell’Atlantico.

 

Metafisica. Classici contemporanei, a cura di Achille C. Varzi, Roma-Bari, Laterza 2008, pp. 536, Euro 28,00.

 

11:32 - Mon 28 January 2008 - commenti {1} - Invia un commento


La mia lotta di classe con il call center

Il Secolo XIX, 23 gennaio 2008

 

Mentre scrivo questo articolo ho un telefonino nell’orecchio che mi sta cantando l’inno dei sette nani, e mi vengono proposte delle offerte natalizie registrate (con tutto che siamo al 12 di gennaio). Sono, come potrete immaginare, in linea con una compagnia telefonica. Da parecchi giorni sto cercando di farmi settare la posta sul Blackberry che ho preso coi punti della Vodafone, ed è stata una vera e propria via crucis, per fortuna che il malato era il telefonino e non io.

Ho parlato con almeno trenta persone, ognuna mi ha dato una versione diversa del problema, e mi ha dato una soluzione diversa. Una di queste comportava la sospensione temporanea del servizio telefonico, a cui mi sono sottoposto, perdendo il telefono invece che ottenere la posta, così come avrei accettato anche un esorcismo di Milingo. Un altro operatore mi ha detto che dovevo cambiare Sim (chiaramente non era vero), un altro che il servizio poteva funzionare solo se cambiavo piano tariffario (balla pura), ancora un po’ e mi dicevano che per usare il Blackberry bisognava dimostrare la propria pura razza ariana.

Si tratta, come è noto, di personale sottopagato e non formato, che spesso se la cava mettendoti in attesa, oppure sbattendoti il telefono in faccia. E questa, sia ben chiaro, è ai miei occhi una responsabilità della azienda, che mira al profitto e non alla formazione del personale, incurante tanto di quest’ultimo quanto della clientela sedotta a colpi di donne nude col cappello da Babbo Natale o altri circensi.

Ma la via attraverso cui questo si applica è particolarmente perversa, perché comporta un degrado dell’operatore, che si fa complice dell’azienda e avversario del cliente. Il miracolo postmoderno è tutto qui: la lotta di classe si è spostata dal conflitto tra lavoratori e datori di lavoro al conflitto tra lavoratori e utenti, che, alla fine del processo, si troveranno concordi nell’invidiare i gessati di Montezemolo e di Tronchetti Provera senza domandarsi se in quei gessati qualche parte non abbiano anche le loro sofferenze di lavoratore e disagi di utente.

L’operatore deve seguire delle procedure che servono solo a coprire l’azienda. La prima cosa che ti dicono, quasi in automatico, è che è colpa tua.  L’ultima cosa che fanno, anzi, non è mai successo, è chiederti scusa, con la scusa, appunto, che non è colpa loro; se però gli si domanda se, a loro parere, la colpa è dell’azienda, tirano il telefono in faccia.

Questa condotta si ottiene con un espediente semplice e filosofico. L’operatore, come il boia, mantiene l’anonimato. Dietro a Michela, Patrizia, Simone, Sandro, non c’è niente, non c’è un essere umano vero e proprio, cioè responsabile, proprio perché qui si risponde senza essere responsabili, dal momento che non si ha nome. La situazione non è molto diversa dalle signore che rispondono alle chiamate pornografiche in America Oggi di Altman, solo che là il cliente è contento così, qui no, a meno di essere severamente masochisti.

Si dirà: allora vai di persona a un centro. L’ho fatto. Il tecnico (così si presentava) ha chiamato al telefono un altro, e poi mi ha detto che potevo star tranquillo, che mi aveva disconnesso il servizio (allegria!), e che il giorno dopo, o massimo tra un paio di giorni, il servizio si sarebbe riattivato, questa volta funzionando. Ho guardato il telefono, e ho visto che era arrivato un messaggio di posta, proprio in quel momento. Gli ho chiesto se era sicuro di avere disattivato, perché, combinazione, proprio in quel momento il servizio si era attivato. Lui mi ha detto che aveva disattivato. Gli ho chiesto se ritenesse la coincidenza un evento miracoloso, e mi ha risposto di sì. Gli ho chiesto se almeno poteva dirmi come si chiamava, e mi ha risposto di no.

Il punto è questo. Se un qualche senso morale trattiene talvolta un uomo mascherato, e con la certezza dell’impunità, dall’accoppare un proprio simile, se l’uomo in uniforme che si difende dicendo “eseguivo gli ordini” potrà forse, anni dopo, provare qualche rimorso, nulla tratterrà l’anonimo del call center dal rispondere a casaccio al disgraziatissimo utente, o dallo sbattergli il telefono in faccia. È oggettivamente molto meno grave, dunque chissenefrega, ma l’umanità ha escogitato un altro strumento di tortura. Di fronte a questa invenzione della tecnologia postmoderna, sarà difficile sostenere che il lavoro nobilita l’uomo. No, lo degrada, sia come addetto al call center, sia come cliente umiliato e offeso.

 

11:17 - Thu 24 January 2008 - commenti {0} - Invia un commento


Da scienziati e Pontefice prove di debolezza

Il Secolo XIX, 16 gennaio 2008

 

Quando ieri dicevo, insieme a tanti altri, che hanno fatto malissimo i 67 professori romani a protestare contro la visita del Papa alla Sapienza, non avrei mai immaginato che il Papa avrebbe fatto ancor peggio, ossia avrebbe annullato la visita. Temeva forse che ci sarebbero stati disordini? Ma questo non gli ha impedito, nel 2006, di andare in Turchia, in un clima di tensione e di scontri provocati in buona parte dalle sue affermazioni di Ratisbona. Si era offeso? Ma un uomo politico e un leader politico deve sapere andare al di là della stizza personale, e soprattutto deve muovere dalla precisa consapevolezza del fatto che non c’è azione politica, in un mondo civile, che non sia esposta alla critica, al punto che sapere incassare le critiche diviene la caratteristica specifica della democrazia.

Si dirà che un Papa, cioè uno degli ultimi casi di sovranità assoluta esistenti nel mondo, può avere dei motivi non puramente caratteriali per non accettare questi aspetti del mondo libero, ma anche su questo punto c’è ragione di dubitare. Di nuovo, viene spontaneo il confronto con il grande precursore di Ratzinger, che il 20 aprile 1991 andò alla Sapienza, indubbiamente avvantaggiato dal fatto di non aver detto che dopotutto Bellarmino non aveva meno ragione di Galileo, e nondimeno fu fischiato. Se la prese? Niente affatto. Sfruttando la simpatia umana e il carisma che gli erano propri, ringraziò “per la buona accoglienza accompagnata da diverse voci molto sonore”. Nel 2003, cioè nemmeno cinque anni fa, la Sapienza gli conferì la laurea honoris causa, e nessuno ebbe niente da ridire.

Torniamo all’oggi. Che giudizio dare, complessivamente, sulla vicenda? Mi sembra che tanto i 67 quanto Ratzinger abbiano dato prova di debolezza. Un laico convinto delle proprie ragioni, e persuaso di quanto siano sbagliati e generici i giudizi di, come il Papa nel 1990, ha fatto di Galileo un precursore della bomba atomica avrebbe accettato la visita di Ratzinger per mostrare che il dialogo sa passar sopra al pregiudizio. Un papa convinto delle proprie ragioni non avrebbe ceduto a una irritazione troppo umana. In conclusione, direi che i problemi sono due, uno relativamente piccolo e personale, l’altro immenso e pubblico.

Il problema personale è quello del Pontefice, che sempre più richiama l’immagine di un uomo schiacciato dall’ombra del suo predecessore, un po’ come Truman con Roosevelt, o Johnson con Kennedy. Come spesso accade, proprio questa insicurezza, questa larga ombra, spinge ad azioni poco meditate, e caratterizzate da una soglia di aggressività più elevata. È così che la lotta con il mondo moderno che Wojtyla aveva ingaggiato a colpi di adunate oceaniche, di papa-boys e di viaggi intercontinentali si trasforma, nel suo erede, in scaramucce tra le due parti del Tevere, e in un’interferenza nelle questioni italiane tanto più forte quanto maggiore è la perdita di peso politico del cattolicesimo romano su scala mondiale. Questa, ovviamente, non è responsabilità di Ratzinger, che è diventato Papa dopo l’insediamento di Zapatero che aveva ormai decretato che persino la cattolicissima Spagna aveva preso la via di autonomia da Roma che la cristianissima Francia aveva seguito oltre un secolo prima. Ma sarebbe da ciechi nascondersi che la gestione della crisi è stata a dir poco impolitica, appunto sulla base di una forte aggressività nei confronti del mondo laico, di una forte ingerenza, quasi che la Chiesa, o almeno la sua dirigenza, avesse perso la speranza e giocasse spregiudicatamente il tutto per tutto.

Questo, però, è, come dicevo, un problema minore (altro sarebbe quello della salute della fede nel mondo attuale, ma è un capitolo talmente ampio che non si può aprire qui). Il problema maggiore, dal punto di vista politico, è quello di uno Stato, quello italiano, che continua a essere ostaggio della Chiesa su molti punti, dall’esenzione dall’Ici all’ammissione di interferenze d’ogni sorta (ricordo che qualche anno fa ci sono ecclesiastici che hanno trovato da ridire persino sul come era fatto l’esame di maturità!). Si tratta di uno Stato che è nato gracile proprio per la questione romana e per il non expedit molto più che per la questione meridionale, e che ha avuto, nel secolo scorso, molte ferite, da cui stenta a riprendersi. Da Caporetto al fascismo, dall’8 settembre a Tangentopoli. In ognuno di questi momenti di debolezza, la Chiesa si è fatta avanti come struttura supplente, cosa che ovviamente non si sogna di fare con Stati forti, si consideri il modo in cui in questi giorni è stato accolto Sarkozy e quello in cui è stato accolto Veltroni, che non è solo il sindaco di Roma, ma il candidato premier. Ed è ovvio che uno Stato debole è esposto a ogni sorta di pressione, da parte degli amici del Papa così come da parte dei suoi avversari, e si creano i pasticci a cui assistiamo.

Pasticci che si amplificano quando anche la controparte si sente in uno stato di debolezza e di inferiorità. L’immagine che emerge, allora, non è quello di un dialogo tra potenze ed esperienze, come dovrebbe essere, per il bene dei cittadini, compresi i credenti, ma, nella migliore delle ipotesi, un abbraccio tra pugili, un atto difensivo e nevrotico, il contrario del dialogo, come quest’ultimo caso romano dimostra ad usura.

 

13:25 - Wed 16 January 2008 - commenti {0} - Invia un commento


«Ascoltino il Papa, ma lui stia attento a quel che dice»

Il Secolo XIX, 15 gennaio 2008

 

Hanno fatto malissimo i 67 professori romani che si sono opposti alla visita di Ratzinger alla Sapienza. Non potevano fare peggio. L’anno scorso, in una circostanza per molti versi analoga, la richiesta del Presidente Iraniano di tenere una conferenza alla Columbia University di New York (una chiara provocazione, visto che la Columbia è una università con una fortissima impronta ebraica), una volta la Columbia ha glissato adducendo motivi di ordine pubblico, un’altra, invece, ha lasciato parlare il Presidente. Non l’avesse fatto, avrebbe dato il destro a chissà quali polemiche; quelle a cui assistiamo oggi in Italia.

Pazienza, errori ne fatto tutti, e in fondo i 67 professori hanno dimostrato una mancanza di tatto e di sensibilità politica più o meno pari a quella di Ratzinger che pochi giorni fa ha tirato inopinatamente le orecchie agli amministratori di Roma, e che sembra ormai un habitué dei piccoli o grandi incidenti diplomatici.

Entriamo invece nello specifico. I professori romani erano infastiditi dal passo di un discorso tenuto da Ratzinger, allora cardinale, a Parma nel 1990 (e pubblicato due anni in un volume delle edizioni Paoline, Svolta per l'Europa? Chiesa e modernità nell'Europa dei rivolgimenti, pp. 76-79), in cui il futuro Papa diceva che il processo a Galileo era stato sostanzialmente giusto, e corroborava la propria affermazione con l’autorità di un filosofo comunista, Ernst Bloch, di un epistemologo anarchico, Paul K. Feyerabend, e del fisico Carl Friedrich von Weizsäcker, che aveva partecipato al programma nucleare nazista.  Il primo ha detto (criticando la “scienza borghese”) che il sistema di Galileo e le sue pretese di oggettività sono un residuo del passato; il secondo che tutto sommato, visto che la verità oggettiva non esiste, il Cardinale Bellarmino non aveva più torto di Galileo; e il terzo che Galileo (e perché non Pascal, inventore dei calcolatori e morto in odore di santità?) ha spianato la via alla bomba atomica.

L’uso di rifarsi ad autorità laiche per criticare la scienza moderna e il pensiero autonomo è un vecchio strumento della polemica cattolica, soprattutto dalla Controriforma in avanti, e ha avuto campioni di meravigliosa lucidità intellettuale e di sfavillante stile letterario, come Joseph de Maistre. Il caso di Ratzinger è ovviamente diverso. Infatti, è difficile non restare perplessi di fronte a un uso così strumentale dei testi e delle teorie fatte da quello che Mastella ha definito “sommo teologo”, senza peraltro pronunciarsi, con una cautela che gli fa onore, sulle sue doti di ermeneutico e di epistemologo.

Concentriamoci sul richiamo a Feyerabend, che è di gran lunga il più sorprendente e spregiudicato. Autore di un libro intitolato Contro il metodo (dove il metodo in questione è quello della scienza), Feyerabend era un anarchico, e – si badi bene e si ponderi questa circostanza –  l’apostolo sfegatato del relativismo condannato da Ratzinger. Diceva che ogni teoria va bene, visto che nessuna teoria è vera, che si ha sempre a che fare con visioni del mondo inconciliabili, e che dunque, dal suo punto di vista, all’interno dell’orizzonte culturale in cui era cresciuto, aveva ragione Bellarmino, che processava Galilei. Sotto queste tesi c’era la critica nei confronti del mito della verità scientifica come verità oggettiva e indipendente da paradigmi interpretativi. Ma si trattava di una visione corrosivamente scettica e profondamente nichilistica, perché toglieva alla scienza la speranza di giungere alla verità, considerandola piuttosto una pratica culturale relativa a contesti circoscritti e storicamente determinati.

Ora, come sappiamo, Ratzinger ha costruito la propria reputazione  sulla critica del relativismo proprio come Rudolph Giuliani l’ha edificata sulla tolleranza zero. Vederlo citare come autorità proprio Feyerabend non può non sconcertare, ma si vede che, quando si tratta di criticare la scienza in nome di una “ragione più ampia” (cioè la fede, o almeno la dottrina cattolica), tutto va bene, come diceva Feyerabend; anzi, diciamolo francamente, tutto fa brodo. Nella sua lotta contro il mondo laico, Ratzinger, inserendosi anche qui in una tradizione molto viva nella Chiesa Romana, si avvale di tutti gli strumenti che possono tornare utili alla bisogna, con un pragmatismo che è sempre stato uno dei motivi di forza del cattolicesimo.

Tutto sommato, in questa vicenda possiamo vedere una ulteriore nemesi del postmoderno. Chi ha seminato a piene mani uno scetticismo e un relativismo irresponsabili, come Feyerabend, non sarebbe stato tanto contento a vedersi strumentalizzato da Ratzinger, ma nella fattispecie è Ratzinger che ha ragione, dal punto di vista pragmatico. Anche se, dal punto di vista teorico, Ratzinger compie un doppio salto mortale, che consiste nell’adoperare un nichilista e relativista come mazza nel suo Kulturkampf contro il nichilismo e il relativismo.

Ci si direbbe di fronte a un Talleyrand redivivo, ma non è così. Perché il vescovo e principe, ministro di Napoleone ed eroe della Restaurazione, era un miracolo di diplomazia, mentre il vescovo di Roma è il re delle gaffes. Non passa giorno che non ne faccia una, ed è difficile non perdere la pazienza, soprattutto quando, sul più bello, dopo aver citato Feyerabend e il dialogo, volge le spalle a tutti e si mette a dir messa in latino.

Tuttavia, è proprio la pazienza che non bisogna perdere, per non permettere che venga meno il dialogo tra il mondo laico e il mondo religioso, a causa della tensione crescente che Ratzinger (a differenza del suo grande predecessore, che d’altra parte non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche) sta causando con il suo pontificato. Accogliamolo dappertutto, ascoltiamo i suoi discorsi, ma lui faccia un po’ più di attenzione a quello che dice. Recentemente Zeffirelli si è offerto di assisterlo sulla costumistica e il look un po’ troppo vistoso. Qualcuno dei 67 professori protestatari faccia un atto di carità laica, e si offra come assistente per i suoi discorsi.

 

09:00 - Tue 15 January 2008 - commenti {0} - Invia un commento





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